Addio originalità.

E io che pensavo di essere simpatica con il titolo del blog…uffa…

Gia che mi che ogni volta che vedo un nuovo blog il mio mi sembra sempre peggiore…poi ieri sera ho avuto la grande delusione… Esiste questo libro…

CHI NON LA FA, ASPETTI!

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Ciò mi deprime alquanto! Però devo averlo assolutamente, anche se il mio problema DECISAMENTE non è la stitichezza…

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Il primo gelato non si scorda mai…specie se è fondente!

Finalmente ho inaugurato la mia fantastica macchina del gelato (da piccola avevo quella di Barbie, che ricordi!!).
Ora però, a 32  anni ho deciso che dovevo averne una seria e ne ho comprata una con il refrigeratore incorporato. Una svolta! Ingombrante, pesante, si lo ammetto, ma molto comoda: si prepara l’impasto, si butta tutto dentro, si imposta il timer ed IL GIOCO E’ FATTO…e fatto pure bene!!

Ma diamo come al solito due cenni di storia.

Rintracciare le origini del gelato nell’antichità è complesso: i riferimenti alla refrigerazione di frutta, latte e miele si incontrano sia negli antichi testi sia nelle cronache delle scoperte archeologiche più note.
Nella Bibbia Isacco offre ad Abramo latte di capra misto a neve: uno dei primi mangia e bevi della nostra storia.
Negli scavi archeologici dell’antica Troia sono state portate alla luce fosse destinate a conservare il ghiaccio e la neve, accumulati in strati ricoperti con foglie e paglia.
Una tradizione storica racconta che re Salomone era un grande consumatore di bevande ghiacciate e che Alessandro Magno, durante le sue campagne in India, pretendesse un continuo rifornimento di neve da consumare mescolata a miele e frutta durante le marce e le battaglie.
Alcuni studiosi fanno risalire l’origine del gelato a circa 3.000 anni prima di Cristo presso le popolazioni dell’estremo Oriente, in particolare cinesi: mediante le invasioni mongoliche, il gelato sarebbe, in seguito, approdato in Grecia e in Turchia, espandendosi agli altri paesi del bacino del Mediterraneo.
Gli antichi faraoni egizi, tra le portate più ambite dei loro sontuosi banchetti, annoveravano primitive forme di granite. Cleopatra offrì con successo a Cesare ed Antonio frutta mescolata a ghiaccio.
Alla fine del IX secolo gli Arabi occuparono la Sicilia dove trovarono i nevaroli dell’Etna e le neviere, che per secoli rappresentarono la sola soluzione sia per il piacere dei prodotti freddi, sia per la conservazione. Poiché con il miele, unico dolcificante noto allora, non sarebbe stato possibile creare una granita, è grazie alla canna da zucchero che gli Arabi rinvennero in Sicilia che fu possibile creare le prime granite.
I Romani producevano le nivatae potiones.  Il generale Quinto Fabio Massimo inventò una ricetta tipo sorbetto; Quinto Massimo Gorgo afferma che il primo ad introdurre ufficialmente nei banchetti l’uso del sorbetto fu l’imperatore Nerone, il quale nell’anno 62 d.C. offrì ai suoi invitati una bevanda consistente in frutta tritata, miele e neve.
Durante il Medioevo, in Oriente, venne realizzata la decisiva scoperta del sistema per congelare i succhi di frutta ponendoli in recipienti circondati di ghiaccio tritato.

La parola sorbetto sembra tragga origine proprio dall’arabo scherbet = dolce neve oppure dall’etimo, sempre arabo, sharber = sorbire, da cui passando attraverso la lingua turca, sarebbe stato coniato il termine chorbet.

La differenza tra gelato e sorbetto è che il primo prevede l’utilizzo del latte, il secondo della sola acqua.

Nell’isola di Sardegna nascevano prodotti come la carapigna, ottenuto confezionando latte di ovino e frutta secca (in tempi a noi più vicini sostituita con scorze di limone) con neve di montagna e che entreranno, ma solo in epoca rinascimentale, sui banchetti di sovrani d’Occidente come Carlo V re di Spagna.

Notizie più certe riguardo il gelato si hanno a riguardo di Bernardo Buontalenti, un cuoco fiorentino, che nel 1565 riuscì a preparare una miscela simile a quella che conosciamo oggi.

Egli riuscì ad introdurre alcune tecniche di refrigerazione presso la corte di Caterina de’ Medici prima ed in seguito presso il  Cafè Procope di Parigi, dove veniva servita una grande varietà di gelati.

Il successo che il Buontalenti riscosse contribuì a far diffondere in tutta Europa le botteghe dei mastri gelatai italiani.
La tecnica usata per la produzione del gelato prevedeva l’uso di un recipiente in legno riempito di ghiaccio e sale che a sua volta circondava un altro contenitore in rame che conteneva la miscela da lavorare.

Per la ricetta sono andata sul semplice-ma-buono. Ed ecco gli ingredienti (non ne viene molto):
450 gr di acqua
120 gr di zucchero (ho ovviamente usato la Stevia)
80 gr di cacao amaro
200 gr di cioccolato fondente tritato finemente

Scaldare l’acqua e versare a filo su zucchero e cacao (messi già in un pentolino) fino ad ottenere un composto liscio. Mettere a questo punto sul fuoco e portare quasi ad ebollizione. Aggiungere ora il cioccolato tritato, poco alla volta e sciogliere fino ad ottenere una miscela senza grumi.
Lasciar freddare e poi versare nella gelatiera. Per la mia il ricettario diceva 40 minuti, ma devo provare ad abbassare i tempi.
Eventualmente, è sempre meglio tenere il gelato in macchina un pò di più che di meno: quando vedete che non cresce più, il gelato è pronto.

Se vi piace il gusto puro del fondente al 70%, questo gelato è ottimo. E’ cioccolato puro.
Se preferite un gusto più morbido, potete aggiungere un bicchiere di latte.

Volendo, potete aggiungere degli aromi, come vaniglia, cannella, scorze di arancia candite.

Il mio prossimo tentativo sarà, OVVIAMENTE, lo stesso gelato, ma con il peperoncino. Vi farò sapere!🙂

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Anche se non è Giovedì, rido perchè ho fatto gli Gnocchi di Carote

La ricetta è completamente inventata, anche se su internet si trova di tutto e anche questa, ma io ho fatto a modo mio!
Mi serviva qualcosa da fare e dato che le patate per il mio diabete non sono il massimo mi sono detta “e le carote?” e un coro mi accolse con frasi come:
“sono arancioni”, “sono buone”, “sono radici”…insomma, i soliti simpaticoni!!

Wiki ci aiuta con un pò di storia, che io riporterò.

Pare che gli gnocchi siano uno dei primi primi (scusate il giuoco di parole) utilizzati dall’uomo, vista la loro semplicità: acqua e farina, di qualsiasi tipo.
Si diffusero poi col tempo tipi colorati, realizzati con l’impiego di ingredienti particolari che ne determinavano la differente colorazione: ad esempio vi erano gli zanzarelli verdi, impastati con bietola e spinaci che sono molto tipici, e gli zanzarelli gialli, realizzati con l’aggiunta di zucca o di zafferano. C’erano poi malfatti bianchi, impastati con carne di pollo tritata, ed arancioni, quando venivano preparati con carote.
A partire dal 1880 si diffusero a macchia d’olio gli gnocchi di patate. Solitamente viene condita con sugo di carne o all’amatriciana.

La storia degli gnocchi di patate ha inizio quando vennero importate in Europa le prime patate provenienti dal continente americano. Gli altri tipi di gnocchi comparvero dapprima nei banchetti rinascimentali della Lombardia; venivano impastati con mollica di pane, latte e mandorle tritate e venivano chiamati zanzarelli. Nel Seicento invece subirono un lieve cambiamento nel nome e nella preparazione. Venivano chiamati malfatti e invece delle mandorle e del pane veniva aggiunta farina, acqua e uova.

Nella città di Roma gli gnocchi rappresentano il piatto tradizionale del giovedì, seguendo il detto “Giovedì gnocchi, Venerdi pesce, Sabato Trippa”. Ancora sopravvivono antiche hostarie e trattorie dove si segue la tradizione. Noto è il detto romano “Ridi, ridi, che mamma ha fatto i gnocchi” (usando la “i” come articolo, e non “gli” come vorrebbe la grammatica italiana; il proverbio sottolinea l’importanza del giovedì come giorno quasi festivo, che necessita d’un piatto elaborato e gustoso e che anticipa quello di magro del giorno successivo).
In varie città la tradizione degli gnocchi varia, infatti al sud il giorno tradizionale degli gnocchi conditi con sugo di carne ed un pizzico di mozzarella a cubetti sciolta (es. Napoli, “Gnocchi alla sorrentina“) è la domenica.
A Verona un piatto di gnocchi al pomodoro viene tradizionalmente consumato il “Venàrdi Gnocolàr“, giorno della sfilata dei carri di Carnevale. E Papà del Gnoco è il nome della principale maschera del carnevale scaligero.
Anche a Castel Goffredo (Mn), in occasione del carnevale, la tradizionale maschera di Re Gnocco offre ai propri sudditi gnocchi e vino il venerdì gnoccolaro.

Questa però è la ricetta di casa Zanelli. Premetto che la consistenza non è quella classica dello gnocco di patate, non si impasta, ma si mette nell’acqua con due cucchiaini o, meglio ancora, con una sac-a-poche (ma si scriverà così??). Le carote assorbono molta farina, essendo acquose e per non metterne troppa ho voluto mantenere una consistenza, per così dire, “al cucchiaio”.
Resta chiaro che se si preferisce lo gnocco classico basta aumentare la farina fino ad ottenere la consistenza desiderata.

Gli ingredienti, per 4 persone, sono i seguenti:
500 gr di carote sbucciate
300 gr di farina
1 uovo
2/3 cucchiai di parmigiano
1 cucchiaio di fecola di patate (o un addensante qualsiasi: maizena, amido di mais, farina di carrube)
sale, pepe, noce moscata

Bollire le carote fino quasi a farle spappolare in acqua salata e quando sono pronte, passarle al mixer ad immersione fino a tritarle, avendo cura di fargli eliminare più acqua possibile.
Metterle in una ciotola ed aggiungere tutti gli altri ingredienti mescolando bene.

Ricordo che gli gnocchi vanno fatti, cotti e mangiati, quindi mettere a bollire l’acqua per la cottura e nel frattempo tentare di mettere l’impasto in una sacca a posc…e mo lo scrivo così!!
Io ho fatto con due cucchiaini, tipo quenelle, dato che la mia sacca da 3 euro non mi permetteva grandi operazioni.

Spremere con la sacca l’impasto direttamente nell’acqua, delle dimensioni che volete, e aspettare che vengano a galla. Una volta risaliti, un minuto e sono pronti.

Per il condimento, sbizzaritevi pure, io ho preferito un sugo pomodoro e basilico, molto semplice, per gustare meglio il dolce delle carote, contrapposto all’acidulo del pomodoro, ma si può osare un burro e salvia, una crema al tartufo, io ci avrei messo anche dello stracchino.

Insomma, per il sugo, LIBERO SFOGO ALLA FANTASIA, ma provate a fare gli gnocchi, non ci vuole molto. E vengono ottimi…

Una volta tanto, fidatevi di me…🙂

BUON APPETITO!!

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Keep Calm…per la serie “State boni…se potete!!”

KeepCalmBlog

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Direttamente dalla Giudea…i Bagel, un pane aschenazita

Premesso che questa ricetta questa volta è un dono…un pane in dono, dato che Alessandra di Ricette di Cultura ha creato una sezione tutta dedicata ai pani e dato che io adoro fare il pane, ho deciso di provare i Bagels e regalare la ricetta ad Alessandra…praticamente un PANEDDONO

Ma a questo punto parliamone. Cosa sono i Bagels?

L’origine dei Bagels pare si perda nella notte dei tempi (ho sempre sognato usare quest’espressione!!). Wiki ovviamente ci da una mano…
Il Bagel (in Yiddish בײגל beygl) è una pasta lievitata, a forma di grosso anello, bollita brevemente in acqua e poi cotta al forno. È un pane che si utilizza in tutti i paesi dove esiste una comunità ebraica aschenazita.
Di fattura molto semplice, sono stati portati negli USA dagli immigrati polacchi.
La produzione di questi pani è diventata popolare negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito, soprattutto nelle grandi città con popolazione ebraica, come Montreal, New York e Toronto e ognuna di esse ha un modo particolare di preparare il bagel. Il bagel è denso interiormente e rosolato all’esterno; può essere al naturale o aromatizzato con semi di papavero, di cumino o di sesamo. Alcuni bagel vengono cosparsi di sale sulla crosta.

Si narra che queste ciambelle di pane furono fatte per la prima volta nel 1683 da un panettiere ebreo di Vienna in onore del re di Polonia, come ringraziamento per aver salvato la popolazione austriaca dall’invasione turca. Poichè il re era un appassionato cavaliere, il panettiere diede al pane la forma di una staffa –beugel in austriaco, ma probabilmente le sue origini sono di poco antecedenti: la prima apparizione dei bagel pare risalga al 1610 all’interno delle “Disposizioni Comunitarie” della città di Cracovia (come riportato da Leo Rosten nel suo “Le gioie dell’Yiddish“), dove si parla di bajgiel dati in omaggio alle donne in occasione del parto. La forma ad anello simboleggiava infatti il ciclo della vita e rappresentava un augurio di buona sorte

Quando nel 1800 le migliaia di ebrei europei emigrarono nell’America del Nord portarono con loro questa specialità.

Fu a New York, attorno al 1910, che l’industria dei bagels si sviluppo’ particolarmente. Trecento panettieri fondarono un’associazione chiamata: “Bagel bachery Local 388”. Questo gruppo di artigiani con  “il bagel nel sangue” stabilì che solo i figli dei membri potevano continuare la tradizione dei bagels. Tutti i bagels venivano fatti a mano e solo negli anni sessanta fu introdotta la meccanizzazione della produzione con una speciale macchina che dà la forma rotonda a questo impasto.

Fu attorno al 1950/1960 che i panettieri di New York e del New Jersey iniziarono ad espandersi in altri stati dove iniziarono a produrre anche bagels confezionati e soprattutto congelati per la distribuzione nei supermercati.

La particolarità dei bagels sta nella sua forma ad anello e nel metodo di cottura che conferisce loro la struttura morbida, leggermente gommosa all’interno e la crosta lucida: il bagel è l’unico pane che viene bollito in acqua prima di essere cotto in forno, anche per questo motivo viene giustificato il suo costo leggermente più alto rispetto ad altri panini.

I bagels sono spesso farciti di cream cheese e sono una colazione tipica per i newyorkesi. Possono essere farciti a piacimento come un normale panino, ma piu’ leggero e con meno mollica per il buco al centro.

Ma meglio i Bagel di NYC o quelli di Montreal?
A New York, la tradizione prevede che i bagel siano fatti di farina di grano ad alto contenuto di glutine, sale, acqua e lievito, con l’aggiunta di una piccola quantità di dolcificante nell’impasto, spesso sciroppo di malto oppure miele e zucchero. All’impasto viene data la caratteristica forma a ciambella e quindi lasciato lievitare per una notte in un luogo freddo (5-10 gradi centigradi). Il passaggio successivo è il più importante: i bagel vengono bolliti brevemente in acqua. Qui la ricetta varia: l’acqua può contenere vari additivi per aumentare il livello di alcalinità, dalla soda caustica (ha un ph di 13 o 14 e può essere utilizzata – ammesso che uno sappia quello che fa – per cucinare: viene usata per marinare olive, come conservante e in molte ricette asiatiche) o bicarbonato di sodio (ph di 8 o 9). L’acqua può contenere anche un dolcificante, in genere sciroppo di malto o miele. L’ultimo passaggio è il forno.

La ricetta di Montreal differisce in numerosi aspetti. I bagel sono più sottili, più dolci e hanno il buco della ciambella è molto più grande. Sono rigorosamente cotte in un forno a legna (dà un colore più scuro e una crosta più croccante) e nell’impasto, senza sale, oltre al malto ci sono anche uova. L’acqua della bollitura, con un livello di alcalinità più elevato, è dolcificata con miele.

Da questo punto in poi, la chimica lascia il posto alla metafisica, entra in gioco il gusto ed è difficile per chi abbia provato entrambe le versioni, non esprimere una preferenza.

(Per queste info ringrazio internet: America24.com, www.bagels.sm e ovviamente Wiki)

Ma ciancio alle bande…l’idea mi è venuta da GialloZafferano e dalle sue mail, ma non mi sento mai soddisfatta delle prime ricette, devo cercare, trovare la più originale (quando si tratta di una ricetta particolare come questa, legata ad una tradizione e ad una cultura, così diversa dalla mia poi…) e così mi sono messa a vagare nella rete come un tonno e trovato questo fantastico blog, da cui ho preso la ricetta, che vi posterò nella versione della proprietaria del blog. Il blog si chiama Labna, amore in cucina e questa è la sua ricetta dei Bagels.

Per 15 bei bagel paffuti occorrono:

  • 1 kg di farina manitoba
  • 1 cubetto di lievito fresco
  • 6 cucchiai di zucchero bianco o miele
  • 2 cucchiaini di sale
  • 700 g di acqua per l’impasto
  • 2 litri di acqua per la cottura
  • 3 cucchiai di malto
  • un po’ di semola
  • semini per decorare

Per prima cosa sciogliete in un contenitore capiente il lievito con lo zucchero e l’acqua tiepida (circa 3 tazze). A questi aggiungete poi la farina (3 tazze) e il sale (2 cucchiaini) e impastate bene fino ad ottenere un bell’impasto elastico che non si attacca alle mani e che oppone una discreta resistenza alle pieghe.
Mettere a lievitare l’impasto in una ciotola leggermente oleata (potete ungerla con uno scottex che poi butterete via).
Tenete l’impasto lontano da correnti e ben coperto con un panno umido fino al raddoppio, circa un paio d’ore.
Fate bollire l’acqua per la cottura con il malto e non spaventatevi per il colore poco incoraggiante (ovviamente io non ho il malto…ho messo un pò di zucchero…tanto per far contenta la mia glicemia!!)
Dividete l’impasto in 15 parti uguali e formate le palline, che poi procederete a bucare con le dita per ottenere la forma del bagel. Fate un bel buco largo, non una piazza d’armi ma almeno lo spazio di tre dita. (Io ho fatto delle ciambelle in realtà…)
Appoggiate nell’acqua uno o due bagel, avendo cura di farlo quando l’acqua è calda e sobbolle ma la superficie dell’acqua è ancora “ferma”.
Il bagel dovrebbe andare a fondo ed emergere dopo un paio di minuti, ma se non andasse a fondo niente panico: i bagel vengono buoni ugualmente, ma la consistenza è lievemente diversa.
Cuocete 3 minuti dal momento in cui il bagel emerge dall’acqua, poi girate il bagel e fatelo cuocere altri 3 minuti dall’altro lato.  Scolate i bagel e appoggiateli su un panno umido.

Una volta conclusa la prima cottura in pentola disponete i bagel sulla carta da forno cosparsa di semola (io ho saltato questo passaggio…non avevo la semola!!), spennellateli con un pochino di bianco d’uovo allungato con l’acqua (ho saltato anche questo, pensavo di avere un uovo, ma poi mi sono ricordata che lo avevo usato, anche se ancora non ricordo per cosa!!) e versateci sopra i semini che preferite (sesamo, papavero, girasole, lino, sale grosso ecc.). Anche qui io sono andata a gusto personale: due con erba cipollina, due con l’origano del mio orto, due col sale (uno col sale affumicato e un con il sale aromatizzato al vino) e tre semplici…avrete capito che non ho fatto la dose intera…🙂

Cuocete i bagel al forno per 20 minuti a 180 gradi, poi aspettate che si raffreddino (altrimenti sono molto sbriciolosi) e infine serviteli col ripieno che più vi piace.

Io ci ho messo senape, prosciutto cotto e pomodorini…domani seconda prova con salmone e stracchino…

CONSIGLIO: come condire i Bagels in superficie? Ecco alcune idee…
Dopo avere bollito, ma prima di infornare e dopo aver spennellato la superficie con uno sciroppo fatto di albumi (1 chiara) e zucchero (3 cucchiai):
semi di sesamo, chiodi di garofano, cipolle essiccate, aglio essiccato, sale, cumino, peperoncino, ma comunque LIBERO SFOGO ALLA FANTASIA (era un pò che non lo dicevo!!) e ricordate che nella tradizione i bagels sono principalmente pani salati, quindi marmellate o frutta secca sono caldamente sconsigliate…ma io direi pure…MA FATE ‘N PO’ COME VE PARE…

 

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Profumi, balocchi e MARITOZZI (cit.)

Avevo scordato di mettere una ricetta…cavolo…e per il titolo è d’obbligo una citazione di Renato!

Si è capito che mi sono cimentata con i Maritozzi, (perchè delle Mogliettozze non mi interessava granchè!).
Il maritozzo è un tipico dolce romano, le cui origini devono essere ricercate molto in là nel tempo. Sembra infatti che già nell’antica Roma venissero preparate delle pagnotte dolci ripiene di uva passita, dalle quali deriverebbe, con molta probabilità, la nostra ricetta attuale.
Il nome maritozzo è probabilmente un derivato di “marito”, e le spiegazioni relative a questa scelta potrebbero essere due: una riguarda la vecchia usanza secondo cui l’uomo, ogni primo venerdì di marzo, regalava questo dolce (ovviamente a forma di cuore) alla sua promessa sposa. L’altra la vede legata alla tradizione che portava le ragazze in età da marito a cucinare queste pagnotte e a portarle in piazza: chi avesse preparato i maritozzi più buoni, avrebbe ricevuto le attenzioni dei più bei giovani del paese.

La più celebre variante di questo antico dolce è quello che si trova nei bar e nelle pasticcerie: il delizioso maritozzo con la panna: dolce di dimensioni imbarazzanti, aperto completamente a metà e riempito di panna fino a star male…da tuffarcisi dentro!! Una cosa meravigliosa, ovviamente proibita per gli intolleranti al lattosio!! Sigh e Sob…
L’immagine purtroppo non è mia, ma presa dal web (io non li ho potuti fare con la panna, ma la persona che ha fatto la foto aveva la tazza, quella sullo sfondo, uguale ad una mia!!) ed è per darvi un’idea di cosa si trova nei bar di Roma…🙂

La ricetta è stata scopiazzata da GialloZafferano,  ma ovviamente modificata ad uso e consumo mio (tanto per cominciare, perchè ho fatto mezza dose, ma principalmente perchè ho dovuto sostituire lo zucchero con la stevia!)
Come sempre posterò la ricetta originale (per circa 6/8 maritozzi, a seconda delle dimensioni)

250ml di acqua tiepida
6 gr di sale
500 gr di farina Manitoba
95 gr di zucchero
2 uova medie
85 gr di olio di semi di mais
scorza di 1 limone
1 cucchiaino di malto (o zucchero)
12 gr di lievito di birra fresco (o 3,5 gr di quello disidratato)
a scelta 30 gr di Pinoli o Uvetta o Scorza di Arancia Candita (io non ne ho usati, un pò per gusto, un pò per necessità)

Sciogliere in un pò di acqua tiepida il lievito con una parte dello zucchero (o il malto se lo avete trovato!), poi in una ciotola mettere a fontana la farina setacciata con il resto dello zucchero (direi che un 10% con il lievito e un 90% con la farina va più che bene. Lo zucchero serve per attivare il lievito). Unire alla farina il lievito sciolto in precedenza.
Nella restante acqua tiepida sciogliere il sale e poi unire olio e limone. Aggiungete poi il tutto all’impasto di farina e  lievito. Mescolare (o meglio, impastare con le sante manine! Ve dovete da sporca’…) e nel frattempo aggiungere i tuorli. Se avete deciso di mettere dentro uvetta o pinoli o quello che volete, beh, questo è il momento!! E continuate a impastare!
Quando l’impasto risulterà morbido e liscio, mettere a lievitare in un luogo caldo (io come al solito riscaldo il forno a 50 gradi, quando raggiungere la temperatura lo spengo e metto l’impasto, con la ciotola opportunamente infarinata per evitare che si attacchi quando cresce, dentro a lievitare) per circa 3 ore. Passate le 3 ore, impastate di nuovo e date ai maritozzi la classica forma oblunga e di nuovo a lievitare per 30 minuti. Dopo questi altri 30 minuti tirateli fuori di nuovo (giuro che è l’ultima volta!) e spennellateli con gli albumi che avete lasciato da parte. Volendo, negli albumi potete aggiungere dello zucchero. Dopo il momento-spennellamento fate lievitare per un’altra ora e poi mettete in forno a 180 gradi per 18 minuti, o quanto meno fino a che non sono dorati sopra.

Quando sono cotti lasciate freddare, poi spaccateli a metà e riempiteli di panna che deve sembrare che ci abbia nevicato come a Cortina a Dicembre…poi affondateci la faccia dentro…e GODETE!

CONSIGLIO: Se volete peggiorare la vostra situazione glicemica, preparate uno sciroppetto con 100 gr di acqua e 150 di zucchero e una volta sfornati, ancora caldi, spennellateli con questo liquido diabolico.

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Il Tiramigiù: un dolce che solo a leggere gli ingredienti mette depressione

Per la serie: non ci facciamo mancare nulla. La glicemia sale e sale e sale…e niente olio!!
Pepe nemmeno a parlarne…

Io viaggio con valori indecenti di glicemia…la diabetologa in tutto ciò è in ferie…e la sua assistente mi ha detto che per avere una cura dovrò aspettare il di lei ritorno dopo ferragosto e ha pronunciato le parole magiche:

PER QUESTO PERIODO CERCA DI NON SGARRARE….

Noooooooooo…niente sgarri…non è possibile…io vivo di sgarri (anzi, SGARI…alla romana!). E mo come faccio? Neanche un dolcino? Uno piccolo piccolo? Noo?

Che strazio…

Quindi:
meno pasta
meno pane
occhio ai grassi e soprattutto…
NIENTE ZUCCHERI!!

Ma io non mi arrendo….ho deciso…potrò anche saltare i Macarons (@BperBiscotto…prima o poi…verrà il momento!), ma ho inventato il TIRAMIGIU’…un dolce che, a sentire come è fatto, ti fa venire voglia di metterti a dieta pur di avere una scusa per non mangiare dolci, ma che una volta che lo assaggi ti ricredi…🙂

Ovviamente l’idea è quella del Tiramisù, ma per adattarlo a diabetici, intolleranti lievi al lattosio (e pure celiaci, ma quello viene gratis perchè non c’è farina) gli ingredienti (per una dose per 3 persone…una pirofilina 25×15 ca) sono:
1 uovo
150 gr di ricotta
biscotti senza zucchero e senza latte (e completamente insapori, così, giusto per info…) Q.B.
un pizzico di sale
6 cucchiaini di stevia (a gusto personale…è molto dolce. Non sapete cos’è? Ecco Wiki…)
3 tazze di caffè (decaffeinato, per non offendere troppo il mio intestino distrutto!!)
cacao amaro

Ve l’avevo detto che era deprimente…

Il procedimento è quello del Tiramisù. Preparare il caffè, zuccherare e lasciare freddare.
Nel frattempo, sporcare ben tre ciotole: una per montare il tuorlo con due cucchiaini di Stevia, una per il composto finale e dove intanto mescoliamo bene la ricotta per togliere i grumi e un’altra per montare la chiara con un altro cucchiaino di Stevia e il pizzico di sale.
Fatto ciò, unire il tuorlo con la ricotta e poi aggiungere le chiare mescolando con una spatola (o se volete usare un termine fico LECCAPENTOLE) dall’alto verso il basso per non farle smontare (secondo i veri cuochi andrebbero addirittura unite un pò per volta, almeno in due mandate…una prima più piccola e poi il resto!!)
Quando la cremina è pronta, si comincia a comporre: strato sottile di crema alla base, biscottini appena inzuppati nel caffè (tanto poi si continuano a bagnare da soli) fino a fare uno strato e di nuovo crema
Qui volendo si potrebbe aggiungere del cioccolato fondente (ne esiste una versione senza zucchero e senza glutine se proprio volete continuare la serie depressiva!), ma io non l’ho messo!
Nella mia mini-pirofila ho fatto solo due strati di biscotti (anche perchè se poi scoprivo che faceva schifo che ci facevo con un chilo di Tiramigiù?) che ho concluso con un ricco strato di crema e che poi ho messo in frigo per qualche ora (in realtà l’ho fatto ieri pomeriggio, per mangiarlo a merenda, ma visto che avevo la febbre, non ce l’ho fatta e l’ho mangiato oggi a pranzo, ma almeno un’oretta conviene che stia al fresco!)
Quando l’ho tirato fuori l’ho ricoperto di cacao amaro e l’ho tagliato…beh…banalmente è un tiramisù con la ricotta al posto del mascarpone, ma quanto era buono…

CONSIGLI POST PRODUZIONE: la ricotta è più “solida” del mascarpone, meno cremosa, si potrebbe aggiungere un mezzo bicchiere di latte (senza lattosio, ovvio…’ndo scappate!) oppure diminuire la ricotta di qualche grammo (magari 100gr invece di 150) ed aggiungere una chiara. Ho paura che il latte lo “illiquidisca” troppo. E non chiedetemi da dove ho tirato fuori il termine illiquidisca.

Mi sono dovuta ricredere…non deprime per niente… 🙂

Fatto con ingredienti normali (tipo savoiardi e caffè vero e zucchero vero) è un’alternativa gustosa e sicuramente PIU’ LEGGERA al tiramisù originale (il mascarpone è grassissimo, ma quanto è buono!).

Io ve lo consiglio!!

Almeno a provarci…🙂

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De Pestibus: variazioni su quello alla siciliana per un primo e un secondo

Il bello del pesto è che lo puoi fare con qualsiasi cosa ed è ottimo per riciclare gli avanzi. Avevo nel frigo della ricotta e della passata Libera Terra aperta. Nel mio orto il basilico cresce rigoglioso e ho visto una zucchina che tentava di scappare. Ed ecco fatto…

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Non c’è neanche bisogno di spiegare dettagliatamente la ricetta, perché ho preso tutti gli ingredienti, un pizzico di sale, un po’ di noce moscata e un filo di olio e ho messo tutto nel mixer ad immersione. Ed il pesto è pronto.

Cinque minuti e il primo è salvo…

Inoltre, il pesto avanzato (avanzi al quadrato) l’ho usato per fare una cremina con dei funghi trifolati con aglio, olio e carote in cui ho cotto due fettine di arista di maiale.
Ho fatto, appunto, soffriggere olio, aglio e carote, ho salato ed ho aggiunto un po’ di acqua e dado (fatto in casa!!) per lasciarlo un po’ brodoso. Quando il tutto ha cotto, ho aggiunto 3/4 cucchiai di pesto, fatto asciugare un poco e poi ho aggiunto la carne, che ho fatto cuocere a fuoco medio per qualche minuto fino a che il liquido non si è asciugato.

20120727-153305.jpg Se volete aumentare l’effetto cremina potete aggiungere un po’ di farina in cottura o infarinare la carne prima di metterla a cuocere.
Un filo di olio e anche il secondo è pronto!

CONSIGLIO: a meno che non prendiate braciole o bistecche di collo per farle alla brace, il maiale fatevelo tagliare sottile o diventa stoppaccioso.

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Consiglio veloce per Cous Cous VERO!

Intanto pare che l’origine del Cous Cous non sia marocchina, ma berbera…e poi, a sentir parlare una marocchina DOC, il consiglio migliore che si possa dare per fare un buon Cous Cous di quelli precotti è non seguire quello che dicono le scatole
Lei ha preso la semola e l’ha prima tostata in un pentolino con un filo di olio e una volta che il CC si è tostato, ha aggiunto l’acqua fino a coprirlo e poi ha spento il fuoco. L’ha coperto con un coperchio e ha lasciato che i grani si gonfiassero. Poi lo ha condito.

Per il CC tradizionale invece ha seguito la procedura “standard”, con la differenza che ha aggiunto l’acqua SOPRA il CC e non il CC nell’acqua, come consigliano le scatole e soprattutto, ha aggiunto l’acqua fredda e poi ha sgranato.

Esistono, inoltre, diversi tipi di semola, in base alle dimensioni dei grani. I grani più grandi sono per “principianti”, mentre quelli più piccoli sono per i “professionisti”. Ora però non mi chiedete perché, non l’ho sentito.🙂

Fonte Gambero Rosso, “la cucina degli altri

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Terra Libera Tutti: non giochiamo a nascondino, apriamo gli occhi!

Terzo e ultimo post per la mafia…ci ho preso gusto!
Anche perchè diversamente non si può fare quando i prodotti sono di qualità e lo scopo utile.

Abbiamo già raccontato e spiegato cosa sono e da dove provengono i prodotti Libera Terra, ma come dicevano gli antichi, repetita juvant e ricordarlo non fa mai male, perchè la gente venga a conoscenza di questa iniziativa, perchè la gente non chiuda gli occhi e non si nasconda dietro un dito.

Perchè la mafia esiste. Le altre organizzazioni criminali anche. E non possiamo far finta di niente, c’è bisogno di gente che lotti e che si batta affinchè questa supremazia finisca. Le persone a volte fanno finta di nulla, come se la cosa non li riguardasse, come se fosse lontano da loro.

Ma non funziona così. Non è un gioco, non è nascondino. Bisogna alzare la testa e dire BASTA!

Questo è quello che hanno fatto le persone di Libera Terra, rivalorizzando le terre confiscate alla mafia coltivandoci prodotti di gran qualità in maniera completamente biologica e, soprattutto, dando lavoro ad un gran numero di giovani facenti parte di cooperative che tramite il lavoro nei campi riescono a reintegrarsi nella cittadinanza.

La maggior parte dei terreni confiscati è al sud, circa l’84% , ma il restante 16% è distribuito tra Lombardia e Lazio.
Proprio in questi giorni, al Villaggio della Legalità di Borgo Sabotino, bene confiscato in provincia di Latina, è partita una sei giorni di incontri con don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione in prima linea nella lotta alla mafia, e i magistrati Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia e Alfonso Sabella, e i giornalisti Attilio Bolzoni e Nando dalla Chiesa con i giovani di Libera. (Il Fatto Quotidiano)

Ringraziando Valeria di Due Cuori e una Forchetta, grazie all’iniziativa #iolamafiamelamangio, sono venuta a conoscenza di questi prodotti che ho usato per una serie di ricette in onore del sud.

Ma questa volta resterò a casa mia. Roma partecipa attivamente all’iniziativa, avvicinandosi al Sud con una variante di un piatto tipico romano: la Carbonara.
Nasce così una Carbonara di Tonno e Zucchine con le Casarecce di Libera Terra.
Della carbonara in realtà ha solo l’uovo, gli altri ingredienti sono avulsi a quello che è uno dei piatti principe della cucina de noantri.

Gli ingredienti sono i seguenti (per una persona):
un uovo
una zucchina media
una scatola di tonno sottolio ben scolato
noce moscata
olio, sale
scalogno
caserecce Libera Terra

In una padella mettere a stufare lo scalogno con l’olio ed un filo di acqua. Aggiungere la zucchina tagliata a dadini e far rosolare.
Quando la zucchina è cotta (a me piace croccante e anche un minimo brunita) aggiungere il tonno ben scolato e far rosolare.

Nel frattempo sbattere l’uovo con noce moscata (a piacere) e un pizzico di sale.
Quando la pasta è pronta, scolarla nella padella e far mantecare un minimo…e qui il dilemma!! Tradizione vuole che si spenga il fuoco e si versi l’uovo, che si deve rapprendere solo con il calore della pasta (qualcuno lo preferisce proprio crudo!!), ma tutto dipende dai gusti, si può anche tenere il fuoco acceso, molto basso, per pochi secondi e far rapprendere l’uovo sulla fiamma, rischiando però di farlo diventare una frittatina.

Insomma, risolto il problema dell’uovo, crudo, cotto o barzotto, impiattare, spolverare con il pepe e MANGIARE!!

Questa volta è davvero tutto, anche perchè l’iniziativa termina venerdì. Questa volta Roma ha incontrato la Sicilia, anche se solo in maniera culinaria e su un blog.
Non si è nascosta.

Facciamo in modo che nessuno si nasconda e che la gente si ribelli, lotti.

La mafia si può sconfiggere. Bisogna volerlo.

Per ora… Terra Libera Tutti…o almeno ci prova!

 

 

 

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Io la mafia me la mangio – parte seconda: Pesto alla Siciliana

Ci ho preso gusto…e la mafia continuo a mangiarmela…
Anche perchè con la fame che ho mi mangerei di tutto, figuriamoci la mafia!!

Prosegue quindi l’avventura cominciata con il Cous Cous. In quel post è stato spiegato cosa sono e da dove provengono i prodotti Libera Terra e visto l’anniversario di recente trascorso, ho voluto replicare l’esperimento e provare una nuova ricetta, sempre dedicata al Sud ed anche questa volta siciliana.

I protagonisti di questa ricetta sono per il 50% gli stessi dell’altra volta, ma per l’altro 50 sono nuove entrate…

Vi presento quindi, nell’angolo sinistro, la ben nota passata di pomodoro siccagno di Corleone…pomodoro coltivato in aridocoltura, ovvero con poca acqua. E qui le reminescenze contadine di mia madre mi citano lo zio Pietro (suo fratello) che ci narra, in quanto agricoltore della tuscia viterbese (insomma, ha un podere a Tuscania) che lui ai pomodori da poca acqua per farli venire più succosi. Da qui, probabilmente, l’etimologia della parola SICCAGNO, come secco… Bah…Ci può stare.

Comunque devo provare a dare meno acqua ai miei pomodori…quelli sul balcone…non è che stiano proprio un bijoux…ma questa è un’altra storia…

Dicevamo, nell’angolo destro invece abbiamo il nuovo sfidante: le caserecce!! Tipo di pasta siciliana che ben si addice alla ricetta che vi vò or ora a proporre per il vostro lauto desinare…

Il tutto è molto semplice, ci vuole solo il tempo di cottura della pasta, praticamente, anche perchè ho utilizzato la tecnica rapida per il pesto…ovvero MINIPIMER.. Lo so, non si dovrebbe, le lame scaldano, il basilico si rovina, ma basta fare piano piano e a piccole frullate che il problema non si pone…e poi su, avevo fretta e fame..🙂

Gli ingredienti sono i seguenti (e vai con la rima!!) per 3 persone:
280 gr di caserecce Libera Terra
150 gr di ricotta di mucca
100 gr di parmigiano
50 gr di pinoli
basilico (un bel mazzetto corposo)
passata Libera Terra (la ricetta che ho preso io, quella di GialloZafferano, prevedeva i pomodori, ma io ho fatto come mi pareva!)
olio, sale e pepe
aglio (confeso, io non ce l’ho messo perchè, essendo un condimento a crudo, l’aglio crudo non lo digerisco proprio!)

Ora vorreste anche il procedimento? OK, ve lo do…
Mettete l’acqua per la pasta e quando bolle buttate la pasta. Nel frattempo, nella ciotola del mixer ad immersione mettete tutti gli ingredienti a crudo e frullate.
Quando la pasta è cotta scolatela e conditela col pesto.

Ecco fatto…

Direi che è veramente una ricettina flash, ma il risultato è garantito, specie utilizzando i prodotti Libera Terra…e quelli del mio balcone (stavolta è toccato al basilico).

Da Roma è tutto….PER ORA…🙂

Io avrei pure un’altra idea… hihihi…

Lo scopriremo nella prossima puntata!

 

PS: ammirate che bello il mio basilico!!

 

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Io la mafia me la mangio: Cous cous alla Trapanese

Mafia[mà-fia] s.f.

  • 1 Organizzazione criminosa clandestina che, nata in Sicilia nel secolo XIX sotto il governo borbonico, diffondendosi poi in tutta la nazione (e, con gli emigrati, spec. negli Stati Uniti d’America, ma anche altrove, p.e. in Francia), esercita il controllo su certe attività economiche e su traffici illeciti (p.e. appalti, stupefacenti), condiziona la libertà dei cittadini e il regolare andamento delle funzioni pubbliche; è retta dalla legge dell’omertà e del silenzio e si serve di metodi di intimidazione e di repressione violenta e spietata: il potere della m.; anche con riferimento ad altre organizzazioni criminose: m. cinese

Questa è la definizione che il dizionario del Corriere della Sera da di Mafia. Aggiunge Wiki che <<Il termine mafia venne inizialmente utilizzato per indicare una organizzazione criminale originaria della Sicilia, più precisamente definita come Cosa nostra, parola che divenne pubblica al mondo durante il processo al primo pentito della mafia italoamericana, Joe Valachi.
L’effettiva origine del lemma è ancora oscura. La prima volta che compare ufficialmente accostato al senso tutt’ora in uso di organizzazione malavitosa o malavita organizzata è in un rapporto del capo procuratore di Palermo nel 1865, Filippo Antonio Gualterio.>> e forse l’etimologia della parola è l’unica cosa che non si sapeva ancora sulla Mafia.

Ormai sappiamo praticamente tutto sulla Mafia, compresi nomi, cognomi e attività, ma non si fa nulla. O quanto meno, non tutti ci provano. E chi ci prova si sa bene come va a finire.

Ma allora io che ci faccio qua? Che centro io, piccola e sgangherata footblogger con un’associazione come la Mafia? Beh, come al solito sto facendo qualcosa nel mio piccolo. Magari non servirà a nulla, ma tentar non nuoce mai…anzi, questa volta per tentar si cuoce!!

Forse non tutti sanno che esiste un’associazione chiamata Libera Terra che si occupa di rivalozzare le terre confiscate alla mafia coltivandoci in maniera biologica, dando inoltre una mano a tutta una serie di ragazzi disagiati, offrendo loro un’opportunità di riscatto e di crescita.
Io stessa l’ho scoperto da poco grazie a Due Cuori e una Forchetta, blogger che ha lanciato un’iniziativa dal suo blog denominata Io la Mafia me la Mangio! La campagna prevede l’acquisto di uno o più prodotti delle cooperative Terra Libera e la creazione di una ricetta che sarà poi inviata all’ufficio stampa di Libera.

Benchè Romana de Roma, ma totalmente filo-sudista, per l’occasione ho scelto una ricetta siciliana e così mi sono procurata il Cous cous e la Passata di Pomodoro Siccagno Corleonese (e mi sono ovviamente chiesta “ma che è ‘sto pomodoro Siccagno…e Gente del Fud mi aiutò!), tanto pesce…e così, per l’iniziativa #iolamafiamelamangio, ecco a voi un Cous Cous alla Trapanese con i prodotti Libera Terra.

La ricetta, presa da internet ed aggiustata da me, prevede i seguenti ingredienti (per 6 persone):
500 gr di Cous Cous Terra Libera
2 g di pesci da brodo di varie qualità (io ho usato del salmone, pesce spada, gamberi, polipetti e cozze)
Olio extravergine d’oliva
4 carote
4 gambi di sedano
4 cipolle
2 spicchio d’aglio
Poche foglie di prezzemolo (perchè non mi piace)
Passata Terra Libera
Sale
Un pizzico di paprika
Peperoncino
Bottarga di muggine in polvere
Menta

Il procedimento è quello classico del Cous Cous (ovvero quello scritto sulla scatola): ho messo a bollire del brodo vegetale fatto da me (tutto Bio…), circa 1/2 litro di acqua, con 3/4 cucchiai di olio. Una volta che l’acqua ha raggiunto il bollore, ho spento e ci ho messo dentro il CC (si capisce che vuol dire Cous Cous?), l’ho sgranato ben bene con una forchetta, l’ho coperto con un coperchio e l’ho lasciato là fino a completo assorbimento dell’acqua, sempre sgranandolo ogni tanto.

Precedentemente avevo fatto bollire tutto il pesce con il sedano, la cipolla e le carote per fare del brodo e avevo fatto aprire le cozze, filtrandone poi il sughetto (slurp!).

Mentre il CC assorbiva, assorbiva e assorbiva, ho preso i due spicchi di aglio, li ho sbucciati e schiacciati con il palmo della mano, ho tritato due cipolle di Tropea (del mio orto sul balcone…sempre tutto Bio…) e li ho messi in un tegame con un filo di olio. Una volta che la cipolla è appassita, anche con l’aiuto di un goccio di brodo, ho messo nel tegame anche tutto il pesce e ho cominciato a farlo insaporire con il brodo (ci ho aggiunto anche un goccio di vino bianco che con il pesce male non ci sta!).

Dato che il pesce era comunque cotto perchè già bollito, ho aggiunto subito il sale e le spezie (la ricetta originale prevedeva anche 100 gr di mandorle tritate, ma io non le ho messe) e la menta fresca spezzettata (menta del mio orto…ricordate? Tutto Bio…) ed infine la passata. Io ne ho messa circa 300 gr, poco di più, ma lì è questione di gusti, se lo volete più “passatoso” vi conviene metterla tutta, la bottiglia sono 410 gr. Ultimi due minuti di insaporimento e poi…il gioco è fatto. Si spegne e si versa tutto sul CC.

Io amo il CC molto brodoso (anche se dalla foto non si direbbe, ma si sa che per esigenze sceniche si fa qualsiasi cosa, anche perchè dopo le foto l’ho inondato di sugo!!), quindi non l’ho fatto asciugare praticamente per nulla, ma se lo preferite più secco potete tirarlo un pò di più nel tegame o in alternativa, versare il condimento sulla semola con una schiumarola (ovvero una ramina, ovvero qualcosa con i buchi!!) e servire poi il brodo a parte per chì lo volesse meno asciutto.

Il risultato è stato ottimo…non ho mai assaggiato quello trapanese, ma questo era veramente buono (a detta dei miei commensali) anche grazie alla bontà dei prodotti che, a onor del vero, non vincono il premio risparmio, ma il gusto è veramente superbo. E poi…volete mettere? Ho usato i prodotti del mio orto, una ricetta veramente da Food Revolution, niente di più salutare!

Vista la qualità dei prodotti è sicuramente in arrivo un’altra ricetta e chissà se non due, ma per ora, da Roma, per la campagna #iolamafiamelamangio, è tutto…

Buon Appetito🙂

« […] La mafia non è affatto invincibile; è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. »

Giovanni Falcone

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In onore della Calabria: calamari con ‘nduja e cipolle di Tropea

Nuova ricettina, adatta a tutti, creata sul momento.

La ricetta è dedicata al Sud, in particolare alla Calabria, terra che amo, anche perchè ci sono persone speciali che amo…e stasera, frugando tra i vasi del mio orto e tra gli scaffali del mio frigo, ho deciso di dedicare questi calamari che giaceano inermi nel mio freezer (refugium peccatorum di qualsiasi single!) proprio a loro, ai miei amici calabresi (Isa, non ho ancora usato il tuo libro, ma come vedi ce l’ho nel sangue ormai la Calabria.. :-))

INGREDIENTI per una persona:
2 calamari
1 cipolla di Tropea grande (le mie erano mini, piantate in vaso, non la stessa cosa, mi rendo conto, ma comprate in calabria!)
timo
1 cucchiaino di ‘nduja (quella buona per favore, fatta in casa…e magari, comprata in calabria!)
1 cucchiaino di succo di limone (vogliamo esagerare? I limoni di sicilia sarebbero il massimo)
1/2 cucchiaino di conserva di pomodoro (ho imparato ad amarla!)
1/2 bicchiere di vino bianco
olio, sale
erba cipollina o altre erbe a piacere

Per il procedimento si fa così: in un poco di olio, mettere il timo e la cipolla di Tropea tagliata a striscioline. Prima che la cipolla bruci, bagnare con una parte del vino e far sfumare. Una volta che l’alcool è evaporato, aggiungere i calamari tagliati sottili e sfumare con il resto del vino.
Aggiungere la ‘nduja e la conserva e portare a cottura aggiungendo il cucchiaino di succo di limone. I calamari devono cuocere pochi minuti, altrimenti assumeranno la consistenza delle gomme da formula 1, quelle a pasta dura…se necessario vi conviene aggiungere un pò di acqua.
Quando i calamari sono cotti, impiattare, guarnire con dell’erba cipollina (che non sta mai male) o della scorza di limone e mangiare.
Io avevo delle verdure panate (melanzane, zucchine e peperoni) e li ho mangiati insieme.

Ci vuole veramente poco per ottenere un gusto notevole.
La soddisfazione poi è che la maggior parte degli ingredienti erano del mio orto..questo sì che è cibo salutare…🙂

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Nuova sfida con me stessa: Laura VS Artusi

<L’Artusi ci ha aperto la strada per conoscere noi stessi e la nostra nazione, un cucchiaio alla volta. Ora tocca a noi prendere in mano il nostro futuro culinario. Basta aprire il libro: approfonditelo e lo scoprirete ancora pieno di sorprese.
(Massimo Bottura, ristampa anastatica prima edizione, Giunti 2011)

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Da qui comincia la mia nuova sfida…un pò folle forse, ma allettante. Un po’ sulla falsa riga di Julie and Julia, ho deciso che mi serviva un’ispirazione di qualcuno di importante. Un padre della gastronomia, un precursore, un Gordon Ramsey ante litteram…e chi poteva essere se non Pellegrino Artusi?

Col darci questo libro voi avete fatto un’opera buona e perciò vi auguro cento edizioni
(Paolo Mantegazza, 1893)

Pellegrino Artusi è nato a Forlimpopoli nel 1820 (tutte le info le trovate sul sito www.pellegrinoartusi.it o su wikipedia nostra gajarda e tosta), periodo in cui non si badava granché alla dieta, anzi…il modello culturale, vista la fame nera che si portava via l’Italia all’alba dei moti rivoluzionari del ’21, era proprio un “bello e cicciotto”, per la serie “io sono grasso, perché sono ricco di famiglia e quindi ho roba da mangiare”. Di conseguenza, partendo anche dal presupposto che le ricette dell’Emilia Romagna non brillano per leggerezza, la sua cucina è tutt’altro che vincitrice del premio Ricetta dietetica dell’anno. Ergo, le ricette saranno un po’ modificate, alleggerite e dietetizzate…
Il libro dell’Artusi era già in mio possesso da un po’, ora è pronto ad essere usato…e vediamo cosa viene fuori. Mi avvalerò della collaborazione del mio Sous Chef principale (mia madre, che ha già commentato “ma è morto, mica lo puoi incontrare!”) ed a volte delle mie collaboratrici primarie Patrizia e Francesca.
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La sfida prende vita…Laura VS Artusi…una sfida Pellegrina…

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Facciamola semplice: gramigna con la salsiccia

Allora gente, qui bisogna allungare il brodo. Non perchè si parlerà di brodo, ma perchè la ricettina è talmente semplice che in due righe si consumerebbe il misfatto e il post sarebbe finito.
Ma non parliamo di post, ma di PAST…(ecco, se allungare il brodo vuol dire sparare cavolate di questo genere, forse è meglio che mi sto zitta!!).

rullo di tamburi

SIORI E SIORE, ultimo grande appuntamento con il nostro Mercoledì Social dedicato all’Emilia. Il momento eBook si avvicina (sale l’ansia da pubblicazione!) e per questo ultimo incontro, last but not least, l’ho voluta fare facile (anche perchè ho avuto una serie di problemi..) e quindi ho scelto un primo da 10 minuti…ma ho fatto in modo comunque di crearmi una complicazione: la GRAMIGNA!

La gramigna con la menta e la cipolla del mio orto

Premesso che se qui a Roma chiedi della gramigna ti danno della verdura, mi ero detta “e che problema c’è, me la faccio da sola la pasta, che vuoi che sia…” poi ho visto come è fatta la pasta e ho capito che per farla avrei avuto bisogno dell’apposita macchina con l’apposita trafila..

Ma perchè mi serve sempre un oggetto misterioso per fare le mie ricette? Questo almeno non era misterioso, ma non ce lo avevo comunque.
Ma, come disse Baglioni, ho girato e rigirato, senza sapere dove andare, fino a che in un supermercato ho trovato la gramigna. Ed eccomi pronta per la ricetta.

 

Gli INGREDIENTI per 4 persone sono:
300 gr di gramigna
400 gr di salsiccia
60 gr di pancetta
1 cipolla (o 1 scalogno)
parmigiano
1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
vino bianco
sale e olio

Per ciò che riguarda il procedimento non ci sono grandi complicazioni.
Soffrittino con olio e cipolla a cui poi si aggiunge la pancetta ed, eventualmente, un goccio d’acqua. Quando la pancetta si è rosolata si aggiunge la salsiccia, si fa rosolare per un paio di minuti e poi si sfuma con circa mezzo bicchiere di vino bianco.
Quando il vino ha perso l’alcool, si aggiunge il concentrato di pomodoro, se è troppo asciutta un po’ d’acqua, si sala a piacere, si mette un coperchio e si porta a cottura a fuoco basso per non farlo asciugare.
Qui ho fatto l’aggiuntina io: delle foglioline di menta fresca che, devo essere sincera, ci stanno come il cacio sui maccheroni!!
Quando la salsiccia è pronta, spegnere e buttare la pasta. Occhio che la pasta cuoce in 30 secondi e, a metà cottura, va messa in padella con la salsiccia per farla finire di cuocere.
Cotta la pasta lasciarla riposare per un paio di minuti, poi cospargere abbondantemente di parmigiano e servire. E li si che ci si rilassa.

 

Ovviamente ci sono mille varianti in giro: chi ci mette la panna, chi il latte, chi fa il soffritto anche con carote e sedano, chi aggiunge le melanzane (io volevo aggiungere dei peperoni, ad esempio!), ma io, come, al solito, ho voluto attenermi alla ricetta principale.

Ed il risultato è stato ottimo…chiedete ai miei assaggiatori.🙂

 

Anche questa volta, l’ultima a quanto pare, vorrei ringraziare Cecilia e Micol per avermi dato l’oppurtunità di conoscere una terra che mi era sconosciuta, una terra fantastica…una terra che frequenterò e soprattutto che MANGERO’…lasciatemi solo finire la dieta…🙂

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Mini cornetti allo yogurt: sfiziosità dietetiche

Super-ricetta per diabetici e per intolleranti (leggeri) al lattosio, dato che non sono presenti nè ZUCCHERO, nè BURRO, nè LATTE, ma solo dello YOGURT MAGRO ALLA FRUTTA (a scelta si può usare sia lo yogurt normale che quello delattosizzato).

La ricetta l’ho trovata nel web, ma ovviamente l’ho modificata a mio piacere…questo è quello che ne è venuto fuori:
INGREDIENTI (per una trentina di cornettini da 2/3 cm di lato)
250 gr di farina di Manitoba
15 gr di Stevia (ovviamente i non diabetici possono usare lo zucchero e in questo caso saranno 50 gr di zucchero)
1/2 bustina di lievito di birra essiccato (non quello istantaneo)
50 gr di olio di semi di girasole
70 gr di yogurt magro
1 pizzico di sale
un tuorlo d’uovo
acqua tiepida QB

Il procedimento è il classico degli impasti di pane e pizza: mettere in una ciotola la farina con lo zucchero, il lievito ed il sale e dare una prima mescolata per permettere agli ingredienti solidi di mischiarsi. Disporre quindi a fontana la farina ed aggiungere l’olio di semi e poi lo yogurt.
Mescolare bene ed aggiungere poi l’acqua tiepida (serve tiepida per attivare il lievito) fino a far diventare l’impasto morbido e liscio (io ne ho dovuta mettere circa una tazzina da caffè)
Formare una palla con l’impasto così ottenuto e lasciare lievitare per un paio d’ore.
Trascorso il tempo di lievitazione, procedere a fare i cornettini, o qualsiasi cosa vogliate voi: io per sbrigarmi ho fatto delle chioccioline e delle mini-treccine (grazie anche all’aiuto di Patrizia de La Cucchiarella), le ho spennellate con del tuorlo d’uovo e le ho messe nel forno a 180 gradi per una decina di minuti e poi per altri 5 minuti a 150.

20120705-034515.jpgIl risultato è un effetto ciliegia: uno tira l’altro…tant’è che me li ero preparati per me, per le mie colazioni dietetiche, ma ieri avevo gente a cena e disgraziatamente li ho tirati fuori…ora non ci sono più.
Li dovrò rifare…ma stavolta LI NASCONDO!

CONSIGLI: All’interno dell’impasto ovviamente si possono aggiungere altri ingredienti, tipo essenza di vaniglia, cacao, frutta secca…ricordate solo che se si aggiungono elementi pesanti, va aumentata un pò la dose di lievito.

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Salviamo il pesce surgelato…merluzzo e nasello marinati

Cena dietetica…e già questo mette tristezza, ma tutto si può risolvere con un pizzico di fantasia e soprattutto con una BELLA MARINATURA!.
Non vi sto neanche a dare le dosi, perché non esistono… Io ho fatto tutto a occhio (e croce) e ho messo giù la roba che avevo a disposizione ed è andata più o meno così:
1 scatola di nasello surgelato
1 scatola di merluzzo surgelato
Farina
Pangrattato
Succo di limone
Olio
Sale
Erbe aromatiche

Per la marinatura ho preparato un miscuglio di:
Olio
Sale
Succo di limone
Menta fresca
Aglio in polvere
Salvia
Un pizzico di zenzero
Foglie di ravanelli

Ho messo il pesce, una volta scongelato, in un sacchetto da freezer dopo avergli fatto delle incisioni sul lato lungo per far meglio penetrare la marinatura. Ho versato nel sacchetto il miscuglio, ho agitato, shakerato, mescolato, impastato…insomma, ho fatto in modo che tutta la marinatura coprisse il pesce e poi l’ho messo in frigo un’oretta.
Passata quest’ora, ho versato della farina nel sacchetto e ho agitato, shakerato…insomma, come prima e poi ho versato tutto in una teglia ricoperta di carta forno, passandoci prima sopra una ricca copertura di pangrattato e un filo di olio.
Ho messo tutto in forno a 220 per i primi 15 minuti e per i seguenti 15 ho portato a 180 aggiungendo un altro filo di olio sopra al pesce.
Dopodiché….ho impiattato e servito un pesce croccante e saporito.

Quel pesce andava portato in salvo e ce l’abbiamo fatta.

Semplice semplice e dietetica.

Ovviamente chi può, si potrebbe sbizzarrire con la marinatura: ad esempio si potrebbe aggiungere salsa di soia, aceto balsamico, peperoncino e tutte le spezie che si vogliono. Ma mischiando troppi sapori poi forse non ne viene fuori nemmeno uno e si perde un po’ il gusto.
Vabbe, provate e fatemi sapere.

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Tigelle 2: la vendetta

Memore della figuraccia di qualche settimana fa con le mie Tigelle, ho deciso di riprovarci, seguendo però stavolta la ricetta delle MiCi (Micol e Cecilia di Muffin & Dintorni), con un’unica modifica, dato che io la panna non la posso usare, ci ho messo lo Yogurt Magro.

L’idea non è male, però mi sarebbe servito uno Yogurt Bianco dolce, questa era l’idea originale, ma il convento passava solo quello magro, quindi ho aumentato un pò lo zucchero. Mi sa che la prossima volta ci metto il miele.

Non vi sto a riportare ricetta e procedimento, dato che potete prendere il tutto da M&D (con la sola aggiunta di 4 cucchiaini di zucchero, ma se volete potete aggiungerne anche di più), però è con soddisfazione che vi posto le foto, perchè stavolta SONO VENUTE PROPRIO BENE…sembrano proprio Tigelle vere…mi sa che prima o poi mi compro proprio la pietra per farle…🙂

Tigelle, marmellata di ciliegie e caffellatte…la colazione dei campioni (e di chi ha sonno perchè le ha fatte alle 2 di notte!!)
Buon appetito…

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E per l’uscita col botto: coniglio alla cacciatora, erbazzone e C.

Ultimo Mercoledì Social dedicato ad  Emilia Mon Amour e ultimo post di ricette emiliane. Per l’occasione ho voluto fare l’uscita col botto, mettendo in campo tutte le mie riserve oltre che i nuovi acquisti…

Mi dispiacerà non avere più quell’ansia ogni settimana di scegliere una ricetta interessante, di sceglierla prima delle altre facendo gare anomale per vedere chi se la accaparra (vero Ale?), decidere se farla fedele alla tradizione o se innovare e modificare (chiedendo consigli alla mitica regia di Muffin & Dintorni), impazzire per creare delle inquadrature per delle foto che non vengono mai bene, invidiando a morte persone che invece hanno tecnica e talento (Anna…ce l’ho con te e sai a che foto mi riferisco…)

Ma continueranno i Mercoledì Social e le lotte per le ricette e le foto non finiranno qui…

Nel frattempo però, dobbiamo pensare ad uscire con onore dall’ultimo post di Emilia Mon Amour e per l’occasione mi sono cimentata in ben due ricette…dato che le altre volte sono riuscita a fare casini con una sola, questa volta ho voluto raddoppiare la probabilità di fare figuracce!

Le ricette in questione, siore e siori, sono un bel BIANCONIGLIO ALLA CACCIATORA e uno splendido e gonfio ERBAZZONE CON SPINACI…accompagnati però (e qui sta il bello) dalle tre ricette comparse nei post precedenti e per l’occasione rifatte e migliorate, ovvero PASSATELLI IN BRODO DI GIUGGIOLE (non so se è noto, ma a Roma “essere in brodo di giuggiole” vuol dire “essere al settimo cielo dalla gioia”, anche perchè i passatelli non li ho potuti migliorare non avendo ancora il mitico oggetto..ho inventato quindi un nome a caso per il piatto per far capire quanto fossero contenti i passatelli di essere ancora in scena!!) e TIGELLE DECENTI CON FRIGGIONE ZANELLI…(ho mentito..non ho rifatto nemmeno il friggione…in realtà ho rifatto solo le tigelle!!)

Ma andiamo con ordine, partendo dalla prima ricetta, quella del Bianconiglio.
Ovviamente il modo di cucinare “alla cacciatora” è presente in molte regioni: il pollo alla cacciatora toscano è rinomato e quello romano non è da meno. Le differenze sono poche, per esempio a Roma si aggiunge del rosmarino, che io ho voluto infatti inserire nella versione emiliana come “firma” e l’aceto.

Per 6 persone gli ingredienti sono:
1 coniglio intero (quello che avevo io era molto giovane e molto fresco…quindi molto chiaro di carne e da li il nome delle meraviglie. Ottima la ricetta anche con il pollo!)
1/2 cipolla
1 bicchiere di vino bianco
250 gr di pomodori freschi pelati (o in alternativa del concentrato di pomodoro disciolto in un pò d’acqua tiepida)
100 gr di lardo o di pancetta
sale, pepe, olio
rosmarino (incursione della versione romana della cacciatora)
brodo vegetale (al bisogno)

Fate soffriggere in una padella dai bordi abbastanza alti la cipolla e la pancettacon un pò di olio (non esagerate, la pancetta rilascia ulteriore grasso) e non appena saranno appassiti e dorati, levarli lasciando l’olio nella padella. Nello stesso olio mettete il coniglio a far rosolare. Io dal coniglio ho tolto le frattaglie e la testina, quelle le riserverò per un’altra ricetta…
Quando anche il coniglio avrà preso colore esternamente, aggiungere il vino e lasciar sfumare; quando l’alcool sarà evaporato, rimettere la cipolla e la pancetta che avevate tolto in precedenza e i pomodori (o il concentrato, a seconda della scelta che avete fatto. Io ho usato il concentrato!); salate e pepate a piacere e aggiungete un rametto di rosmarino fresco (il rosmarino andrà lasciato intero e andrà levato non appena vedrete che perderà le foglie, perchè altrimenti rilascerà un sapore amaro).
A quel punto lasciate cuocere la bestia a fuoco lento per almeno venti minuti, mescolando di tanto in tanto e aggiungendo eventualmente del brodo vegetale nel caso si asciugasse troppo. Non fate cuocere troppo il coniglio o diventa duro, mentre invece deve rimanere tenero tenero, quindi dopo una ventina di minuti magari assaggiatelo!

Il risultato sarà meraviglioso, il coniglio, se cotto al punto giusto, rimane tenero, ma sugoso e non umido.

La seconda ricetta invece è più semplice, ma io me la sono complicata da sola.
L’erbazzone (o scarpazzone, perchè la ricetta originale prevede la bietola, introvabile a Roma in questo periodo e della bietola si sarebbero dovuti usare anche i gambi o “scarpe” e da lì il nome) è una torta rustica fatta, a valle di modifiche di recente entrata, con la pasta sfoglia, ma nata in origine con una pasta a base di farina, burro, olio e sale…praticamente gli ingredienti della pasta brisee! Ho deciso quindi di farmi da sola la pasta.
La ricetta della mia pasta brisee a base di olio la trovate qui, e la ricetta dell’erbazzone, per forza di cose fatta con gli spinaci, la trovate di seguito.

Gli ingredienti, per 4 persone, sono i seguenti:
1,5 di spinaci (se trovate le bietole siete fantastici)
1 cipolla o 1 porro
1 spicchio di aglio
80 gr di lardo (ovviamente io ho usato la pancetta, la stessa del bianconiglio)
100 gr di parmigiano (indovinate un pò? Reggiano!)
1 uovo
sale, olio

Fate bollire gli spinaci per pochi secondi (non più di un minuto, altrimenti perdono tutte le sostanze buone!) in acqua salata e a parte preparate un soffritto con la cipolla tagliata finemente, l’aglio intero e la pancetta. Quando il soffritto è pronto e gli spinaci ben strizzati (quindi regolatevi con i tempi) mettete gli spinaci nella padella con il soffritto e lasciate insaporire per un pò.
Quando gli spinaci avranno preso il sapore ottimo e ipercalorico del soffritto e si saranno asciugati ulteriormente, versateli in una ciotola e aggiungete l’uovo (lasciando da parte un pò di tuorlo) e il parmigiano.
Nel frattempo avrete preparato (mi auguro!!) la pasta, facendo due sfoglie, una più grande e una più piccola e avrete messo la più grande come base in una teglia forando con la forchetta qua e la il fondo e lasciato da parte la più piccola per richiudere l’erbazzone. A questo punto tutto è pronto: potete mettere il ripieno nella teglia e chiuderlo sopra con l’altro pezzo di pasta. Spennellate il sopra con il tuorlo che avrete lasciato da parte (lo avete lasciato da parte vero? Ne basta poco…io comunque ve lo avevo detto!!) e mettete tutto in forno a 180 gradi per circa trenta minuti, dipende come al solito dal vostro forno. Alcune ricette consigliano, passati i 30 minuti, di mettere sopra delle strisce di pancetta e di lasciar cuocere per altri 10 minuti a 160 gradi. Io non l’ho fatto e dopo 35 minuti il mio erbazzone era bell’e pronto, tutto gonfio e tronfio e lucido di uovo. Nonchè profumatissimo e croccantissimo.

Ovviamente mille varianti si possono fare, chi ci aggiunge la ricotta, chi usa il prosciutto crudo al posto di lardo o pancetta (sia la parte grassa che la parte magra del prosciutto), c’è chi mette la noce moscata…

Con il passare del tempo queste ricette della tradizione, in genere tramandate oralmente e nate come ricette povere, che utilizzano ciò che la gente si trovava in casa, subiscono una serie di modifiche in base ai gusti, alla necessità, ai posti dove vengono riprodotte, alle condizioni economiche…
Io dove ho potuto ho cercato di attenermi alla tradizione, ho preferito così, forse perchè è una cosa che non ho mai fatto.
Nella mia cucina ho sempre sperimentato, inventato e non ho mai cercato di essere “tradizionale“.
Anche questa è una cosa che mi è piaciuta molto di questa esperienza emiliana.

Alle due nuove entrate nel mio menù emiliano ho affiancato dei passatelli in brodo (anche perchè mia madre, una delle mie due cavie insieme a mio padre, non ha voluto saperne di assaggiare il coniglio!) e per antipasto, delle tigelle con del friggione. E’ stato un pranzo emiliano a tutti gli effetti, un pranzo che voleva essere un omaggio ad una regione che si sta rialzando dopo una caduta pesante. Una regione che sa accoglierti con un sorriso nonostante la tragedia. E’ stato un omaggio a persone forti, umili e laboriose, che ho avuto modo di conoscere di persona in paesi colpiti dal terremoto e che nonostante tutto sanno scherzare, sorridere e farti sorridere. Persone che hanno voglia di andare avanti, di ripartire. Persone che si stanno aiutando più che farsi aiutare.
Una persona non si rende veramente conto di quanto è forte fino a che non si trova davanti alla necessità di esserlo.

In fondo io sono una footblogger, che altro tipo di omaggio posso fare se non culinario? (mi sembra che l’abbia già detto qualcuno, ma non ricordo chi?🙂 )

Ora l’unica cosa che mi manca è assaggiare le ricette che ho fatto (e mangiato) direttamente in loco, ma non mancherà l’occasione.🙂

Chiudo quindi l’ultimo post per l’Emilia con un augurio, l’augurio che come queste ricette , come i prodotti che hanno creato ed esportato, sono rimasti nella memoria di tutta italia, anche questa tragedia rimanga nella memoria degli italiani e che gli italiani tendano una mano ad una regione che è li con la mano tesa…e un sorriso sulle labbra.

Forza emilia, tieni botta.

Categorie: carne, Emilia Mon Amour, minestre e zuppe, Ricettacolo: antipasti/aperitivi, Ricettacolo: finger food/sfizi, Ricettacolo: primi, Ricettacolo: secondi, secondi vari | Tag: , , , , , , , , , | 7 commenti

#iolamafiamelamangio… un’altra fatica da footblogger…

Dopo le figuracce che ho fatto con Emilia mon amour (che purtroppo però finisce domani…sigh e sob…in fondo mi piaceva fare figuracce…), io e le mie care colleghe foodblogger (quelle vere) abbiamo deciso di cimentarcicici in un’altra iniziativa, stavolta non a favore di qualcosa, ma CONTRO qualcosa, ovvero contro tutte le mafie.

L’iniziativa è nata dalla mente di un singolo, anzi, di una singola e io stessa ho visto che anche una singola persona (o una singola foodblogger) può fare molto, l’importante è crederci e metterci cuore e passione. La persona in questione è Vale di Due Cuori e una Forchetta, che di cuore ne ha tirato fuori parecchio e che, dopo aver visitato durante un viaggio in calabria cooperative sociali e terreni confiscati alla mafia, ha deciso di lanciare un sasso, ma un sasso bello grande, e coraggiosamente non ha nascosto la mano…il sasso in questione si chiama #iolamafiamelamangio (cliccando troverete tutte le info necessarie) ed è legata alla cooperativa Libera ed ai suoi prodotti e, ovviamente, dato che coinvolge foot e foodblogger, prevede la creazione di ricette.
Quello che chiede Vale è:

“perché non mi mandate una vostra ricetta con un prodotto di Libera al mio indirizzo mail , creiamo un post e lo pubblichiamo con il titolo #Iolamafiamelamangio! Invadiamo poi twitter con questo hastag. Direi che la data di scadenza di invio e della pubblicazione del post della ricetta potrebbe essere il giorno 7 luglio. Invierò poi tutti i vostri link all’ufficio stampa di Libera.”

I prodotti li potete trovare alla Coop o direttamente sul loro sito http://www.bottegaliberaterra.it/it/home/, o ancora nelle diverse cooperative, alle varie sedi dislocate in Italia.

Che dite, facciamo sentire la nostra voce anche questa volta?

Quindi, indossate i grembiuli, legate i capelli, in alto i mestoli, presine alla mano e diamoci sotto…

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